Privacy, AI e leoni da tastiera: il problema non è Alexa che ti ascolta. È tutto il resto.

Ci preoccupiamo che lo smartphone ci ascolti, ma riutilizziamo password, concediamo permessi a caso e clicchiamo link improbabili. Il problema della privacy digitale è spesso molto meno cinematografico.
POSTED AT 05.09.2026

C’è una scena che ormai conosciamo tutti.

Qualcuno pubblica la notizia di una nuova funzione basata sull’intelligenza artificiale.

Tempo tre minuti e nei commenti compare:

“Ecco, adesso ci ascoltano anche mentre dormiamo.”

Segue spesso:

“Io queste cose non le voglio.”

“La privacy non esiste più.”

“Il Grande Fratello è già qui.”

Poi magari la stessa persona usa la stessa password su Gmail, Facebook e Amazon, ha il Bluetooth sempre acceso, concede la posizione a un’app torcia, accetta tutti i cookie senza leggere nulla e invia la foto della carta d’identità su WhatsApp.

Il problema non è preoccuparsi della privacy.

Il problema è preoccuparsene nel punto sbagliato.

La privacy non significa “non ho niente da nascondere”

Partiamo da una delle frasi più famose:

“A me non interessa, tanto non ho niente da nascondere.”

È un modo abbastanza sbagliato di guardare il problema.

La privacy non serve soltanto a nascondere comportamenti illegali o imbarazzanti.

Serve a decidere chi può sapere cosa di noi, in quale momento e per quale motivo.

Non abbiamo nulla da nascondere al nostro medico.

Questo non significa che vogliamo pubblicare la cartella clinica su Instagram.

Non abbiamo nulla da nascondere alla banca.

Questo non significa che vogliamo mostrare il saldo del conto al vicino di casa.

Privacy e segretezza non sono la stessa cosa.

“Il telefono mi ascolta perché ho parlato di scarpe e poi ho visto una pubblicità”

Questa è probabilmente la teoria più resistente dell’era digitale.

Parliamo a cena di una destinazione, di una macchina o di un paio di scarpe.

Poco dopo compare una pubblicità collegata.

Conclusione immediata:

“Il telefono mi stava ascoltando.”

La realtà è spesso molto meno cinematografica e, per certi versi, anche più interessante.

Le piattaforme pubblicitarie possono già conoscere enormi quantità di segnali senza dover registrare continuamente le nostre conversazioni:

  • ricerche effettuate;
  • siti visitati;
  • app utilizzate;
  • video guardati;
  • interazioni con contenuti;
  • posizione approssimativa;
  • dispositivo utilizzato;
  • acquisti;
  • interessi dedotti;
  • persone con comportamenti simili ai nostri.

Non serve necessariamente ascoltare la frase pronunciata a tavola.

Spesso esistono già abbastanza informazioni per prevedere quello che potrebbe interessarci.

Che, se ci pensiamo, è forse ancora più impressionante.

Il vero problema sono i permessi che abbiamo concesso anni fa

Molte persone controllano ossessivamente una nuova funzione AI e poi non aprono da anni la schermata dei permessi del telefono.

Eppure lì dentro può esserci molto più materiale interessante.

Un’app può aver ricevuto accesso a:

  • fotocamera;
  • microfono;
  • posizione;
  • contatti;
  • foto;
  • Bluetooth;
  • notifiche;
  • attività fisica;
  • file.

La domanda utile non è quindi soltanto:

“Questa nuova AI mi spia?”

Ma anche:

“Perché questa app che ho installato nel 2021 può ancora vedere la mia posizione?”

“Io i cookie li rifiuto sempre”

Ottimo.

Ma poi?

Perché la privacy digitale non finisce al banner dei cookie.

Possiamo rifiutare ogni cookie pubblicitario e contemporaneamente:

  • riutilizzare la stessa password ovunque;
  • non avere la verifica a due fattori;
  • installare APK o software da fonti sconosciute;
  • cliccare link ricevuti via SMS;
  • usare reti Wi-Fi senza sapere cosa stiamo facendo;
  • dare accesso completo alla rubrica a servizi inutili;
  • caricare documenti personali su siti casuali.

Il banner dei cookie è solo una piccola parte della questione.

È diventato però il simbolo perfetto della privacy moderna perché è la parte che vediamo.

Il resto spesso lavora in silenzio.

La password “difficile” che usiamo su dodici siti

Altra grande tradizione digitale.

La password:

CaneMario1965!

Contiene maiuscola.

Minuscola.

Numero.

Simbolo.

Quindi sembra fortissima.

Peccato che venga utilizzata dal 2014 su:

  • Facebook;
  • email;
  • Amazon;
  • sito del comune;
  • forum di pesca;
  • negozio di ricambi;
  • servizio cloud;
  • account della palestra.

Se uno solo di quei servizi subisce una violazione e le credenziali finiscono in circolazione, un attaccante può provarle automaticamente sugli altri.

È il cosiddetto credential stuffing.

E nessuna teoria sul microfono dello smartphone serve a proteggerci.

La soluzione è molto più noiosa:

  • password diverse;
  • password manager;
  • autenticazione a due fattori;
  • passkey quando disponibili.

Meno affascinante di “ci stanno spiando”.

Molto più utile.

Il phishing batte ancora tantissima tecnologia

Possiamo avere crittografia, autenticazione biometrica, hardware sicuro e sistemi operativi modernissimi.

Poi arriva un messaggio:

“Il tuo pacco è bloccato. Paga €1,99 entro oggi.”

E qualcuno inserisce carta, password e codice OTP.

Il phishing funziona perché non cerca necessariamente di hackerare il computer.

Cerca di hackerare la persona.

Urgenza.

Paura.

Autorità.

Curiosità.

Sono vulnerabilità molto più vecchie di Internet.

L’intelligenza artificiale renderà il phishing migliore

Qui l’AI cambia davvero qualcosa.

Per anni molte truffe si riconoscevano anche perché scritte male.

Italiano improbabile.

Logo sgranato.

Frasi tradotte automaticamente.

Errori evidenti.

Un modello linguistico può produrre testi corretti, personalizzati e credibili in pochi secondi.

Può imitare il tono di una comunicazione aziendale.

Può adattare una mail alla lingua del destinatario.

Può creare varianti differenti dello stesso messaggio.

Il vecchio consiglio:

“Se è scritto male è una truffa.”

sta quindi diventando sempre meno utile.

E poi arrivano voce e video sintetici

Il problema diventa ancora più interessante con audio e immagini generative.

Una voce artificiale sufficientemente credibile può essere utilizzata per simulare una persona conosciuta.

Lo scenario classico:

“Papà, ho perso il telefono. Questo è il nuovo numero. Devo fare urgentemente un pagamento.”

Esisteva già prima dell’AI.

Ora può diventare più convincente.

Per questo alcune famiglie stanno iniziando ad adottare una soluzione sorprendentemente analogica:

una parola segreta.

Se arriva una richiesta anomala, basta fare una domanda che soltanto la persona reale dovrebbe conoscere.

A volte la sicurezza informatica più efficace assomiglia stranamente a un gioco da bambini.

“Ma WhatsApp è crittografato, quindi posso mandarci qualsiasi cosa”

Anche questa merita attenzione.

La crittografia end-to-end protegge il contenuto durante la comunicazione tra mittente e destinatario.

È importantissima.

Ma non rende automaticamente sicuro tutto ciò che facciamo.

Se inviamo:

  • password;
  • foto di documenti;
  • PIN;
  • codici di recupero;
  • informazioni bancarie;

il destinatario può comunque conservarli.

Possono finire in un backup.

Possono essere visibili nelle notifiche.

Possono rimanere sul dispositivo.

Possono essere fotografati con uno screenshot.

La crittografia protegge il canale.

Non corregge automaticamente le cattive abitudini.

Il paradosso della privacy sui social

“Non voglio dare la mia posizione alle multinazionali.”

Post successivo:

“Finalmente partiti! Due settimane alle Maldive ❤️”

Casa vuota.

Date precise.

Aeroporto.

Hotel.

Foto della carta d’imbarco.

Forse anche targa dell’auto nel parcheggio.

Non è necessario possedere una sofisticata infrastruttura di sorveglianza quando alcune informazioni vengono pubblicate spontaneamente.

L’AI però rende la questione della privacy realmente più seria

Fin qui abbiamo scherzato.

Ma l’arrivo dell’intelligenza artificiale nei dispositivi pone problemi reali.

Un assistente contestuale può diventare utile proprio perché può lavorare con informazioni personali.

Per esempio:

  • mail;
  • calendario;
  • documenti;
  • schermo;
  • fotografie;
  • posizione;
  • conversazioni;
  • preferenze;
  • attività svolte nelle applicazioni.

Qui ha senso fare domande serie.

Il dato viene elaborato localmente?

Viene inviato al cloud?

Viene conservato?

Per quanto tempo?

Può essere utilizzato per addestrare altri sistemi?

Quali app possono accedere al contesto?

L’utente può revocare facilmente il permesso?

Queste sono domande sulla privacy.

Non:

“Ieri ho parlato di trapani e oggi Amazon mi mostra un trapano.”

Privacy e sicurezza non sono la stessa cosa

È una distinzione fondamentale.

Privacy riguarda il controllo e l’utilizzo delle informazioni personali.

Sicurezza riguarda la protezione dei sistemi e dei dati da accessi non autorizzati.

Possiamo avere un servizio molto sicuro che raccoglie molti dati.

Possiamo anche avere un servizio rispettoso della privacy ma implementato male dal punto di vista della sicurezza.

Le due cose sono collegate, ma non sono sinonimi.

E il famoso “accetta tutto”?

Siamo sinceri.

La maggior parte delle persone non legge informative lunghe trenta pagine.

Ed è difficile biasimarle.

Il problema del consenso online è anche questo: spesso chiediamo all’utente di prendere una decisione estremamente complessa attraverso un pulsante premuto in mezzo secondo.

Accetta.

Rifiuta.

Personalizza 147 partner.

È formalmente una scelta.

Non sempre è una scelta realmente informata.

Un buon design della privacy dovrebbe rendere comprensibile la decisione, non soltanto legalmente disponibile.

Il vero boomer digitale non è una questione di età

Ed eccoci al punto.

Il “boomer digitale” non è necessariamente nato nel 1958.

Può avere ventidue anni.

È un atteggiamento.

È quello di chi:

  • ha paura della tecnologia che non conosce;
  • ignora completamente quella che utilizza ogni giorno;
  • urla alla sorveglianza davanti a una nuova funzione;
  • ma non aggiorna il computer da tre anni;
  • diffida dell’AI;
  • ma clicca il link “HAI VINTO UN IPHONE”;
  • rifiuta i cookie;
  • ma usa la stessa password ovunque.

Non è un problema generazionale.

È un problema di alfabetizzazione digitale.

La privacy non si difende con la paranoia

Si difende con alcune abitudini molto meno spettacolari:

  • password uniche;
  • password manager;
  • autenticazione a due fattori;
  • passkey;
  • aggiornamenti;
  • controllo periodico dei permessi;
  • attenzione al phishing;
  • backup;
  • condivisione prudente dei documenti;
  • comprensione di dove vengono elaborati i dati;
  • capacità di revocare accessi inutili.

Nessuna di queste cose produce un grande post indignato su Facebook.

Ma funzionano molto meglio.

Forse dovremmo insegnare anche questo a scuola

Quando parliamo di alfabetizzazione digitale spesso pensiamo ancora a:

“Come usare Word.”

“Come creare una presentazione.”

“Come fare una ricerca online.”

Nel 2026 forse dovremmo aggiungere:

  • come riconoscere un phishing;
  • come funziona una password;
  • cos’è una passkey;
  • che differenza c’è tra privacy e sicurezza;
  • come funzionano i permessi;
  • cos’è la crittografia;
  • cosa può sapere un modello AI;
  • cosa significa elaborazione on-device;
  • quando un’informazione dovrebbe essere verificata.

Perché la tecnologia continuerà a diventare più complessa.

Non possiamo pretendere che l’unica strategia sia:

“Non fidarti di niente.”

Serve imparare di cosa fidarsi, quanto fidarsi e perché.

Il problema non è essere paranoici. È esserlo male.

Un po’ di diffidenza digitale è sana.

Anzi, probabilmente diventerà ancora più importante con sistemi AI sempre più integrati.

Ma dovremmo usarla meglio.

Preoccuparsi del microfono senza aggiornare le password non serve.

Bloccare ogni cookie e poi consegnare un OTP al primo SMS non serve.

Temere ChatGPT mentre pubblichiamo volontariamente tutta la nostra vita online è quantomeno incoerente.

La privacy digitale richiede meno panico e più comprensione.

Perché il pericolo più grande, spesso, non è la tecnologia che sa troppo.

È l’utente che non sa abbastanza di quella che sta già usando.

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