C’è stato un tempo in cui aspettare significava aspettare.
La coda dal medico.
Il treno in ritardo.
Tre minuti prima che arrivasse qualcuno.
Il bagno.
L’ascensore.
L’autobus.
Il letto prima di addormentarsi.
Erano piccoli spazi vuoti.
Oggi quei vuoti durano pochissimo.
La mano va in tasca.
Telefono.
Instagram.
WhatsApp.
News.
TikTok.
YouTube.
Qualunque cosa, purché non rimanga niente.
Abbiamo costruito probabilmente la più grande macchina contro la noia mai esistita.
Eppure c’è un paradosso.
Potremmo essere diventati più annoiati, non meno.
La noia non è semplicemente “non avere niente da fare”
La noia è uno stato più strano.
Possiamo avere moltissime cose da fare e sentirci comunque annoiati.
Possiamo essere circondati da stimoli e non riuscire a trovarne uno che ci coinvolga davvero.
Una definizione utilizzata nella ricerca descrive la noia come la condizione in cui vogliamo impegnarci in qualcosa di soddisfacente ma non riusciamo a farlo.
Quindi il problema non è semplicemente l’assenza di attività.
È l’assenza di un’attività che sentiamo abbastanza significativa o coinvolgente.
Abbiamo eliminato quasi tutti i momenti vuoti
Pensiamoci.
Quante occasioni rimangono durante una giornata in cui non riceviamo alcuno stimolo?
Possiamo:
- guardare video mentre mangiamo;
- ascoltare podcast mentre guidiamo;
- leggere messaggi mentre aspettiamo;
- guardare social mentre siamo in bagno;
- vedere una serie mentre cuciniamo;
- ascoltare musica mentre camminiamo;
- scorrere il telefono fino a pochi secondi prima di dormire.
Non c’è nulla di sbagliato in ognuna di queste cose.
La domanda è un’altra:
cosa succede quando non lasciamo più quasi nessun momento senza input?
Il telefono non deve nemmeno chiamarci
Quando pensiamo alla distrazione digitale immaginiamo notifiche, vibrazioni e suoni.
Ma una parte importante delle interazioni con lo smartphone parte da noi.
Non è sempre il telefono a dire:
“Guardami.”
Siamo noi che lo controlliamo.
Senza una notifica.
Senza un messaggio.
Senza un motivo preciso.
Il gesto può diventare automatico.
Prendiamo il dispositivo prima ancora di aver formulato consapevolmente cosa volevamo fare.
E allora vale la pena chiedersi:
quando apriamo il telefono senza sapere perché, chi ha preso quella decisione?
Un minuto ogni cinque
Studi sul comportamento quotidiano con lo smartphone hanno osservato pattern di controllo molto frequenti.
In una ricerca citata nella letteratura recente sulla noia digitale, circa l’89% delle interazioni osservate con il telefono era iniziato dall’utente e non da una notifica del dispositivo.
In media, il telefono veniva utilizzato per circa dieci minuti ogni ora, distribuiti in interazioni brevi e frequenti.
Non dieci minuti consecutivi.
Piuttosto:
un piccolo controllo, poi un altro, poi un altro.
Questo è importante perché l’attenzione non viene interrotta soltanto da grandi sessioni.
Può essere frammentata da continue micro-interruzioni.
Perché cercare continuamente stimoli può aumentare la noia
Sembra un controsenso.
Se ogni volta che ci annoiamo possiamo trovare immediatamente qualcosa da vedere, dovremmo annoiarci meno.
Ma il meccanismo può funzionare anche al contrario.
La ricerca recente propone almeno alcune possibilità.
La prima è la frammentazione dell’attenzione.
Passare continuamente da un contenuto all’altro può rendere più difficile immergersi davvero in quello che stiamo facendo.
La seconda riguarda le aspettative.
Se ci abituiamo a stimoli molto frequenti, ciò che è lento può sembrarci ancora più lento.
La terza riguarda il confronto tra alternative.
Se sappiamo che dietro uno swipe potrebbe esserci qualcosa di più divertente, quello che abbiamo davanti può sembrare meno interessante.
Il risultato paradossale è questo:
utilizziamo i media digitali per scappare dalla noia e, nel farlo, possiamo diventare ancora meno tolleranti alla noia.
Lo skip cambia anche l’esperienza
Pensiamo a come guardiamo un video.
Se dopo pochi secondi non succede nulla:
skip.
Se una parte è lenta:
avanti.
Se qualcuno parla troppo:
velocità 1,5x.
Se il contenuto non ci convince immediatamente:
swipe.
Sono strumenti utilissimi.
Ma insegnano anche una cosa:
possiamo abbandonare quasi immediatamente ciò che non ci stimola abbastanza.
Nella vita reale non tutto funziona così.
Un libro può impiegare cinquanta pagine per prenderci.
Una conversazione può avere silenzi.
Studiare qualcosa di difficile può essere noioso prima di diventare interessante.
Un lavoro creativo può avere ore in cui sembra non succedere nulla.
Forse stiamo allenando sempre meno la permanenza
Ci sono attività che richiedono una capacità molto semplice:
restare.
Restare davanti a un problema.
Restare in una conversazione.
Restare su un testo difficile.
Restare in silenzio.
Restare abbastanza a lungo perché qualcosa inizi a emergere.
Se ogni piccolo calo di stimolazione viene seguito da un cambio di contenuto, quanto esercitiamo ancora questa capacità?
La noia può essere un segnale, non soltanto un problema
La noia è spiacevole.
Proprio per questo ci spinge a fare qualcosa.
Può indicarci che l’attività attuale non ci sta coinvolgendo abbastanza.
Può spingerci a cambiare compito.
A cercare un obiettivo.
A inventare qualcosa.
A muoverci.
A pensare.
Se eliminiamo immediatamente quella sensazione, eliminiamo anche la necessità di rispondere alla domanda:
“Cosa voglio fare adesso?”
Perché una risposta preconfezionata è già disponibile nel telefono.
Noia e creatività: la relazione è più complicata di una frase motivazionale
Si sente spesso dire:
“Bisogna annoiarsi perché la noia rende creativi.”
È troppo semplice.
La noia cronica può avere effetti negativi e non trasforma automaticamente una persona in un creativo.
Ma la ricerca sul cervello e sulla creatività suggerisce che gli stati di pensiero internamente orientato hanno un ruolo importante nei processi creativi.
Una delle reti più studiate è il Default Mode Network, un insieme di regioni cerebrali particolarmente coinvolto quando l’attenzione non è completamente occupata dal mondo esterno.
È associato, tra le altre cose, a:
- pensiero spontaneo;
- ricordi autobiografici;
- immaginazione;
- simulazione del futuro;
- associazioni tra idee.
Studi recenti continuano a collegare questa rete anche ai processi di pensiero creativo.
Non significa che dobbiamo fissare un muro per diventare geni.
Significa che non tutto il lavoro mentale utile assomiglia a un’attività visibile.
Quando sembra che non stiamo facendo niente, il cervello non è spento
Camminiamo senza ascoltare nulla.
Guardiamo fuori dal finestrino.
Facciamo una doccia.
Restiamo qualche minuto sul divano.
La mente vaga.
Ripensa a una conversazione.
Immagina qualcosa che potrebbe succedere.
Collega due idee apparentemente lontane.
Ricorda una cosa dimenticata.
Questi momenti non producono sempre qualcosa di utile.
Ma non sono necessariamente tempo vuoto.
Abbiamo iniziato a considerare inutile ogni secondo non produttivo
C’è anche una questione culturale.
Se abbiamo dieci minuti liberi possiamo:
rispondere alle email.
Ascoltare un podcast.
Leggere una newsletter.
Seguire un corso.
Guardare un tutorial.
Controllare le news.
Persino il tempo libero può diventare qualcosa da ottimizzare.
Ma forse non tutto deve essere utilizzato.
Forse alcuni minuti possono semplicemente non servire a niente.
La noia del bambino è diventata un’emergenza da risolvere
Questo discorso diventa particolarmente interessante con i bambini.
Viaggio in macchina.
Ristorante.
Sala d’attesa.
Coda.
Arriva:
“Mi annoio.”
Oggi possediamo uno strumento capace di risolvere quella situazione in pochi secondi.
Telefono.
Tablet.
Video.
Gioco.
Problema risolto.
Ma forse non sempre la noia è un’emergenza.
Forse qualche volta la risposta può essere:
“Va bene. Annoiati un po’.”
Non come punizione.
Come spazio nel quale il bambino deve trovare da solo la cosa successiva.
Quando non esiste più il “non so cosa fare”
Una frase comune dell’infanzia era:
“Non so cosa fare.”
E spesso dopo qualche minuto succedeva qualcosa.
Un gioco inventato.
Un disegno.
Una bicicletta.
Una costruzione assurda.
Una telefonata a un amico.
Un pomeriggio buttato via.
Non voglio romanticizzare il passato.
Ci annoiavamo davvero.
E a volte era terribile.
Ma proprio per questo dovevamo inventare una via d’uscita.
Il telefono può decidere la via d’uscita al posto nostro
Oggi la risposta al:
“Non so cosa fare.”
può essere immediatamente:
scroll.
Non dobbiamo scegliere un’attività.
Non dobbiamo inventarne una.
Non dobbiamo nemmeno decidere cosa guardare.
Il feed lo decide progressivamente per noi.
È forse questa una delle differenze più profonde.
Il feed infinito non ha un punto naturale in cui fermarsi
Un libro finisce.
Un episodio finisce.
Un giornale ha un’ultima pagina.
Una partita termina.
Il feed no.
Possiamo sempre scorrere ancora.
Non esiste necessariamente:
“Hai finito.”
Questo significa che spesso la decisione di fermarci deve arrivare interamente da noi.
E un sistema che continua a proporre nuove possibilità rende quella decisione un po’ più difficile.
Non è soltanto dopamina
Quando si parla di smartphone si sente spesso una spiegazione:
“È tutta dopamina.”
È una semplificazione enorme.
La dopamina è coinvolta in molti processi di apprendimento, motivazione e previsione della ricompensa, ma descrivere ogni comportamento digitale come una semplice “dipendenza da dopamina” non spiega davvero ciò che succede.
Il comportamento nasce dall’interazione di molti elementi:
- abitudine;
- ricompensa;
- curiosità;
- ansia;
- noia;
- pressione sociale;
- design dell’interfaccia;
- disponibilità continua dello stimolo.
La spiegazione meno spettacolare è probabilmente anche la più utile:
abbiamo uno strumento estremamente facile da controllare che contiene una quantità quasi infinita di possibili ricompense.
Il costo opportunità di ogni contenuto
Mentre guardiamo un video sappiamo implicitamente che potremmo guardarne un altro.
E magari quello successivo sarà migliore.
Questa quantità di alternative cambia il modo in cui valutiamo quello che abbiamo davanti.
Un film scelto tra tre canali televisivi poteva sembrare ottimo.
Lo stesso film dentro un catalogo con diecimila alternative può farci pensare dopo dieci minuti:
“Forse c’è qualcosa di meglio.”
La disponibilità di scelta non aumenta sempre la soddisfazione.
Può aumentare anche la consapevolezza di quello a cui stiamo rinunciando.
E se il problema non fosse avere troppo poco da fare?
Una delle ipotesi più interessanti della ricerca recente è proprio questa.
Possiamo sentirci annoiati non perché ci manca stimolazione.
Ma perché siamo diventati incapaci di impegnarci abbastanza profondamente in uno stimolo.
Se dividiamo continuamente l’attenzione, ogni attività può diventare meno soddisfacente.
Allora cerchiamo qualcosa di nuovo.
Che frammenta ancora l’attenzione.
Che ci annoia ancora.
Che ci fa cercare altro.
Un circuito abbastanza strano:
noia → telefono → distrazione → minore coinvolgimento → nuova noia.
Non è una guerra contro il telefono
Il telefono è anche:
mappe.
Fotografie.
Musica.
Libri.
Amici.
Lavoro.
Emergenze.
Informazione.
Creatività.
Non avrebbe molto senso trasformarlo nel cattivo della storia.
La domanda interessante non è:
“Dobbiamo smettere di usare lo smartphone?”
È:
“Dobbiamo usarlo automaticamente ogni volta che compare un secondo vuoto?”
Potremmo ricominciare da piccole quantità di vuoto
Non serve ritirarsi in montagna.
Possiamo provare cose molto meno eroiche.
- fare una coda senza aprire nulla;
- camminare dieci minuti senza cuffie;
- mangiare ogni tanto senza un video;
- non prendere il telefono appena ci svegliamo;
- lasciare il dispositivo fuori dal bagno;
- aspettare qualcuno senza riempire l’attesa;
- andare a letto qualche minuto prima dello schermo.
Non come detox.
Non come punizione.
Come esperimento.
E osservare cosa succede
Probabilmente all’inizio succede una cosa:
ci annoiamo.
Ed è esattamente il punto.
Possiamo osservare quanto velocemente nasce l’impulso di prendere qualcosa.
Quanto è difficile non riempire quel momento.
Quali pensieri compaiono.
Dove va la mente quando nessuno le dà immediatamente qualcosa da guardare.
Forse abbiamo confuso la noia con un errore di sistema
Quando compare una schermata vuota pensiamo che manchi qualcosa.
Quando compare un momento vuoto nella giornata facciamo spesso lo stesso.
Ma forse non tutti i vuoti devono essere riempiti.
Alcuni possono semplicemente esistere.
Qualche domanda scomoda
Quando è stata l’ultima volta che siamo rimasti dieci minuti senza fare niente?
Prendiamo il telefono perché abbiamo deciso cosa vogliamo vedere o per scoprire cosa ci verrà mostrato?
Quante volte al giorno controlliamo lo smartphone senza una ragione precisa?
Siamo ancora capaci di aspettare una persona senza avere bisogno di intrattenimento?
Quando un film diventa lento, siamo annoiati dal film o siamo diventati meno tolleranti alla lentezza?
Se avessimo un’ora completamente libera senza Internet, sapremmo immediatamente cosa farne?
Quante idee ci vengono mentre scorriamo e quante quando non stiamo consumando nulla?
Quante volte prendiamo il telefono prima ancora di accorgerci che ci stavamo annoiando?
La fine della noia potrebbe essere anche la fine di qualcosa che non avevamo capito di usare
Abbiamo sempre trattato la noia come un problema da eliminare.
Ed è comprensibile.
È spiacevole.
È lenta.
Non produce necessariamente qualcosa.
Ma forse proprio per questo aveva una funzione.
Ci costringeva a stare per qualche minuto senza una risposta pronta.
A cercare un’attività.
A ricordare.
A immaginare.
A osservare.
O semplicemente a non fare niente.
Forse non dobbiamo imparare ad annoiarci di più
Dobbiamo soltanto smettere di avere paura di annoiarci per trenta secondi.
Perché se ogni momento vuoto viene immediatamente occupato da qualcosa progettato per catturare la nostra attenzione, rischiamo di perdere la possibilità di scoprire dove sarebbe andata da sola.
Forse la noia non era il vuoto tra le cose importanti.
Forse, qualche volta, era proprio il posto in cui le cose importanti iniziavano.
Fonti e approfondimenti
- Communications Psychology — People are increasingly bored in our digital age
- Computers in Human Behavior Reports — Boredom and digital media use: systematic review and meta-analysis
- Current Opinion in Behavioral Sciences — The role of the default mode network in creativity
- Thinking Skills and Creativity — Neural basis of coping strategies for boredom and creativity
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