Molte persone sono entrate nei social network senza che nessuno spiegasse loro davvero come funzionano.
Hanno imparato a pubblicare una foto.
A mettere un like.
A condividere un post.
A mandare un messaggio.
Ma quasi nessuno ha spiegato cosa succede dietro quella schermata.
Chi decide cosa vediamo?
Perché alcuni contenuti ci vengono mostrati continuamente?
Perché le cose che ci fanno arrabbiare sembrano comparire più spesso?
Perché una notizia falsa può sembrare più credibile di una vera?
E soprattutto:
siamo sicuri di usare i social o, almeno in parte, sono loro a usare noi?
Il problema non è essere boomer
Chiamiamolo pure “problema dei boomer sui social”, ma non è davvero una questione anagrafica.
Può riguardare una persona di sessant’anni.
Ma anche una di venticinque.
Il problema nasce quando sappiamo usare uno strumento dal punto di vista pratico, ma non capiamo il sistema che c’è dietro.
Saper guidare non significa necessariamente sapere come funziona un motore.
Allo stesso modo, saper pubblicare su Facebook non significa necessariamente capire:
- come funziona un algoritmo di raccomandazione;
- perché vediamo alcuni contenuti e non altri;
- come vengono misurate le interazioni;
- come viene costruito un profilo dei nostri interessi;
- come funzionano le campagne pubblicitarie;
- perché alcuni post vengono amplificati;
- come riconoscere una manipolazione.
Ed è qui che serve educazione digitale.
Il feed non è una finestra sul mondo
Una delle cose più importanti da capire è questa:
il feed che vediamo non rappresenta il mondo.
Rappresenta una selezione.
Quando apriamo un social network, non vediamo automaticamente “le cose più importanti”.
Vediamo contenuti scelti da sistemi di raccomandazione.
Questi sistemi utilizzano segnali come:
- cosa guardiamo;
- quanto tempo rimaniamo su un contenuto;
- cosa commentiamo;
- cosa condividiamo;
- chi seguiamo;
- quali video rivediamo;
- quali contenuti ignoriamo;
- con quali persone interagiamo.
Il sistema cerca di capire cosa potrebbe mantenerci interessati.
Non necessariamente cosa sia più vero.
Non necessariamente cosa sia più utile.
Non necessariamente cosa sia più importante.
La domanda quindi è:
quando vediamo dieci post sullo stesso argomento, significa davvero che “tutti ne stanno parlando”?
Oppure significa che l’algoritmo ha capito che quell’argomento ci interessa?
L’algoritmo non deve convincerti. Deve trattenerti.
Molte persone immaginano l’algoritmo come una specie di regista segreto che decide cosa dobbiamo pensare.
La realtà spesso è più semplice.
Un social network ha interesse a farci rimanere sulla piattaforma.
Più rimaniamo:
- più contenuti vediamo;
- più pubblicità possiamo vedere;
- più interazioni produciamo;
- più dati comportamentali vengono generati.
Per questo uno dei concetti centrali è l’engagement.
Un contenuto che genera commenti, condivisioni, reazioni o tempo di visualizzazione può risultare interessante per il sistema.
E qui nasce un problema.
Le emozioni forti generano spesso molte interazioni.
Rabbia.
Paura.
Indignazione.
Sorpresa.
Quindi chiediamoci:
quante volte abbiamo commentato qualcosa perché ci ha fatto arrabbiare?
E quante volte, commentandolo, abbiamo aiutato proprio quel contenuto a circolare di più?
Il rage bait: quando la rabbia diventa un prodotto
Esistono contenuti costruiti quasi esclusivamente per provocare.
Una frase volutamente stupida.
Un’opinione estrema.
Un titolo offensivo.
Una situazione presentata senza contesto.
L’obiettivo può essere molto semplice:
farci reagire.
Questo meccanismo viene spesso descritto con l’espressione rage bait.
L’esca è la rabbia.
Noi commentiamo:
“Ma come si fa a dire una cosa del genere?”
Altre persone rispondono.
Parte una discussione.
Il contenuto accumula interazioni.
E il sistema vede attività.
Quindi una domanda semplice:
prima di commentare qualcosa che ci fa arrabbiare, ci chiediamo mai se stiamo facendo esattamente quello che quel contenuto voleva?
“Lo hanno condiviso tutti” non significa che sia vero
Un contenuto può essere condiviso migliaia di volte ed essere completamente falso.
Il numero di condivisioni misura la diffusione.
Non la verità.
Ma il nostro cervello tende a utilizzare anche segnali sociali.
Se vediamo:
42.000 condivisioni
potremmo inconsciamente pensare:
“Qualcosa di vero ci sarà.”
Non necessariamente.
La domanda migliore è:
chi ha pubblicato questa informazione per primo?
Non:
chi me l’ha inoltrata?
La fonte non è “Facebook”
Questa distinzione sembra banale ma non lo è.
Facebook non è automaticamente la fonte di un contenuto visto su Facebook.
WhatsApp non è la fonte di un messaggio ricevuto su WhatsApp.
TikTok non è la fonte di un video visto su TikTok.
Sono canali di distribuzione.
La fonte è chi ha prodotto l’informazione originale.
Quindi quando leggiamo:
“Gli scienziati hanno scoperto che…”
dovremmo chiederci:
- quali scienziati?
- dove?
- esiste lo studio?
- chi lo ha pubblicato?
- il titolo rappresenta davvero quello che dice la ricerca?
Se non riusciamo nemmeno a capire da dove arriva l’informazione, forse dovremmo evitare di condividerla.
Il gruppo WhatsApp non è una redazione giornalistica
“Me l’ha mandato un mio amico.”
“L’ha girato mio cugino.”
“È arrivato nel gruppo del paese.”
Sono descrizioni del percorso del messaggio.
Non della sua attendibilità.
Un’informazione falsa può attraversare cento persone in buona fede.
La persona che ce la manda non deve necessariamente essere un bugiardo.
Può semplicemente essere stata ingannata prima di noi.
Quindi:
quando inoltriamo qualcosa, stiamo aggiungendo credibilità a quel contenuto?
Perché per qualcuno la risposta potrebbe essere:
“Se me l’ha mandato lui, allora sarà vero.”
Le echo chamber: quando tutti sembrano pensarla come noi
Se seguiamo persone simili a noi, interagiamo con opinioni simili alle nostre e ignoriamo quelle che non ci piacciono, il nostro ambiente digitale può diventare progressivamente più uniforme.
È quello che viene spesso descritto come echo chamber, camera dell’eco.
Le nostre idee ci tornano indietro continuamente.
Questo può creare una sensazione molto potente:
“È ovvio che sia così. Lo pensano tutti.”
Ma chi sono “tutti”?
Le trenta persone che vediamo continuamente nel feed?
I cinque gruppi Facebook che abbiamo scelto di seguire?
I creator che l’algoritmo ha imparato a mostrarci?
La domanda importante è:
quando è stata l’ultima volta che abbiamo letto seriamente una posizione con cui non eravamo d’accordo?
Bloccare tutti quelli che non la pensano come noi ha un costo
Esistono ottimi motivi per bloccare qualcuno.
Molestie.
Insulti.
Spam.
Minacce.
Ma bloccare sistematicamente ogni persona che esprime un’opinione diversa può creare un ambiente artificiale.
Un mondo in cui riceviamo continuamente conferme.
Questa cosa è piacevole.
Ma non necessariamente utile.
Quindi chiediamoci:
vogliamo usare i social per capire qualcosa o soltanto per sentirci dire che avevamo già ragione?
Il problema dei commenti letti come se fossero un sondaggio
Apriamo un post.
Leggiamo cinquanta commenti negativi.
E pensiamo:
“La gente è tutta contro.”
Ma chi commenta non rappresenta automaticamente tutta la popolazione.
Le persone più motivate, arrabbiate o coinvolte hanno spesso maggiore probabilità di intervenire.
Migliaia di utenti possono vedere lo stesso contenuto senza scrivere nulla.
Il campione dei commenti è quindi fortemente selezionato.
La sezione commenti non è necessariamente un sondaggio statistico.
Quando l’identità diventa il profilo
I social non influenzano soltanto quello che vediamo.
Possono anche cambiare il modo in cui costruiamo la nostra identità.
Foto.
Opinioni.
Vacanze.
Famiglia.
Lavoro.
Orientamenti.
Successi.
Fallimenti.
Una parte della nostra vita diventa pubblicabile.
E inevitabilmente nasce una domanda:
stiamo vivendo una cosa o stiamo già pensando a come raccontarla?
L’oversharing: quando condividiamo più di quanto immaginiamo
Una fotografia apparentemente innocua può contenere molte informazioni.
Per esempio:
- dove siamo;
- dove viviamo;
- che macchina abbiamo;
- dove lavoriamo;
- quando siamo in vacanza;
- chi sono i nostri figli;
- quali scuole frequentano;
- quali luoghi frequentiamo abitualmente.
Non serve essere paranoici.
Serve rendersi conto che una singola informazione può sembrare irrilevante, ma molte informazioni messe insieme possono costruire un profilo molto dettagliato.
Quindi:
se uno sconosciuto sapesse tutto quello che abbiamo pubblicato negli ultimi cinque anni, ci sentiremmo ancora tranquilli?
I figli non scelgono sempre di essere online
Qui la questione diventa ancora più delicata.
Molti genitori pubblicano fotografie dei figli fin dalla nascita.
Compleanni.
Vacanze.
Scuola.
Momenti imbarazzanti.
Informazioni personali.
Questa pratica viene spesso indicata con il termine sharenting.
Il problema non è dire che ogni fotografia sia automaticamente sbagliata.
La domanda è un’altra:
quanta identità digitale abbiamo il diritto di costruire per una persona prima che possa scegliere?
Un contenuto cancellato non è necessariamente scomparso
Cancellare un post elimina quel contenuto dal nostro profilo.
Ma qualcuno potrebbe aver:
- fatto uno screenshot;
- scaricato il video;
- ricondiviso il contenuto;
- copiato il testo;
- salvato una fotografia.
Questo non significa che “Internet non dimentica mai” in senso assoluto.
Significa che perdiamo una parte del controllo nel momento in cui pubblichiamo.
Con l’AI arriva un problema nuovo: vedere non significa più credere
Per molto tempo una fotografia è stata percepita come una prova relativamente forte.
Poi abbiamo imparato che le fotografie possono essere modificate.
Con l’intelligenza artificiale generativa il livello cambia ancora.
Oggi è possibile creare:
- immagini realistiche;
- voci sintetiche;
- video modificati;
- persone che non esistono;
- testi perfettamente credibili;
- documenti apparentemente autentici.
Questo rende sempre più debole la regola:
“L’ho visto con i miei occhi.”
La domanda diventa:
dove l’ho visto?
chi lo ha pubblicato?
esistono altre conferme indipendenti?
Il deepfake non serve soltanto per i politici
Quando si parla di deepfake pensiamo spesso a personaggi famosi.
Ma voce e video sintetici possono essere utilizzati anche in truffe molto più quotidiane.
Un familiare.
Un collega.
Un datore di lavoro.
Una persona conosciuta.
Se riceviamo una richiesta insolita di denaro o informazioni sensibili, la verifica dovrebbe avvenire attraverso un secondo canale.
Una semplice telefonata al numero che conosciamo già può valere più di cento controlli sofisticati.
Condividere prima di leggere
Uno dei comportamenti più strani dei social è condividere un articolo dopo aver letto soltanto il titolo.
Il titolo dice:
“CLAMOROSO: quello che nessuno vuole dirti…”
Condividi.
Commento indignato.
Poi magari l’articolo stesso dice qualcosa di completamente diverso.
Domanda:
quante volte abbiamo condiviso qualcosa senza aprirlo?
Il titolo è progettato per ottenere il clic
Il clickbait funziona perché sfrutta una cosa molto umana:
la curiosità incompleta.
“Non crederai a quello che è successo.”
“Quello che hanno scoperto è incredibile.”
“Nessuno vuole che tu sappia questa cosa.”
Il titolo crea una mancanza di informazione.
Il clic promette di riempirla.
Questo non significa che ogni titolo forte sia falso.
Significa che dobbiamo distinguere il contenuto dal meccanismo utilizzato per attirare la nostra attenzione.
“Censura!” oppure moderazione?
Un’altra parola utilizzata continuamente sui social è:
censura.
Ma non ogni rimozione di contenuto è automaticamente censura nel significato politico o giuridico del termine.
Una piattaforma privata possiede regole di utilizzo.
Può rimuovere:
- spam;
- truffe;
- minacce;
- contenuti illegali;
- materiale che viola le proprie policy.
Questo non significa che le decisioni delle piattaforme siano sempre corrette.
Anzi, la moderazione su scala globale solleva problemi enormi.
Ma usare la parola “censura” per qualsiasi contenuto rimosso impedisce spesso di capire cosa è realmente successo.
Libertà di parola non significa diritto a essere amplificati
Possiamo pubblicare un’opinione.
Questo non significa necessariamente che un algoritmo debba mostrarla a milioni di persone.
C’è una differenza tra:
poter parlare
e
avere distribuzione garantita.
Sui social queste due cose vengono spesso confuse.
Quando discutiamo con qualcuno, stiamo parlando con quella persona o con il pubblico?
Le discussioni online hanno una caratteristica particolare.
Non ci sono soltanto due persone.
Ci sono anche tutti quelli che leggono.
Questo può cambiare il nostro comportamento.
Vogliamo davvero convincere l’altra persona?
Oppure vogliamo dimostrare agli altri che abbiamo ragione?
Domanda:
se quella conversazione fosse privata, useremmo le stesse parole?
Perché online diventiamo più aggressivi?
Lo schermo riduce molti segnali presenti in una conversazione fisica.
Non vediamo completamente:
- il tono;
- l’espressione;
- l’imbarazzo;
- la tristezza;
- la reazione immediata dell’altra persona.
Questo può abbassare alcune inibizioni.
Dire:
“Sei un idiota.”
a una fotografia profilo è psicologicamente diverso dal dirlo guardando una persona negli occhi.
Ma dall’altra parte dello schermo quella persona esiste comunque.
Il vero problema dei boomer sui social è che hanno dovuto imparare da soli
Molte persone oggi adulte sono cresciute senza Internet.
Poi nel giro di pochi anni hanno ricevuto:
- email;
- smartphone;
- Facebook;
- WhatsApp;
- home banking;
- e-commerce;
- cloud;
- algoritmi;
- AI generativa.
Senza un vero percorso educativo.
Abbiamo consegnato strumenti potentissimi e poi ci siamo stupiti quando qualcuno li ha utilizzati male.
Forse il problema non è:
“Come fanno a non capire?”
Forse dovremmo chiederci:
“Quando glielo abbiamo insegnato?”
L’educazione digitale non dovrebbe essere un corso su Word
Per anni educazione digitale ha significato soprattutto:
- scrivere un documento;
- creare una presentazione;
- mandare un’email;
- usare un foglio di calcolo.
Sono competenze utili.
Ma oggi non bastano più.
Educazione digitale dovrebbe significare anche capire:
- come funziona un feed;
- cosa significa engagement;
- come verificare una fonte;
- come riconoscere un tentativo di phishing;
- come funzionano privacy e permessi;
- come riconoscere contenuti manipolati;
- come distinguere opinione e fatto;
- come funzionano gli algoritmi di raccomandazione;
- cosa può fare l’intelligenza artificiale;
- come gestire la propria identità digitale.
Forse servirebbe educazione digitale anche per gli adulti
Parliamo spesso di insegnare queste cose ai ragazzi.
Giustissimo.
Ma nel frattempo milioni di adulti utilizzano ogni giorno strumenti che non sono mai stati spiegati loro.
Perché non immaginare percorsi semplici di alfabetizzazione digitale anche per chi ha cinquanta, sessanta o settant’anni?
Non corsi per:
“imparare Facebook”.
Ma corsi per capire:
cosa sta facendo Facebook mentre lo utilizziamo.
Dieci domande da farsi prima di condividere qualcosa
- Chi ha pubblicato questa informazione per primo?
- Sto leggendo la fonte oppure qualcuno che racconta la fonte?
- Ho letto tutto o soltanto il titolo?
- La notizia compare anche su fonti indipendenti?
- Il contenuto sta cercando soprattutto di farmi arrabbiare?
- La data è recente?
- La fotografia appartiene davvero all’evento descritto?
- Sto condividendo perché è vero o perché conferma quello che penso?
- Se fosse falso, sarei disposto a correggerlo pubblicamente?
- Se nessuno mettesse like, lo condividerei comunque?
E qualche domanda più scomoda
Quanto del nostro tempo libero scegliamo realmente noi?
Quando apriamo Instagram senza pensarci, chi ha preso quella decisione?
Quante nostre opinioni derivano da cose che abbiamo studiato e quante da contenuti che abbiamo visto ripetutamente?
Quante persone abbiamo giudicato conoscendo soltanto quindici secondi della loro vita?
Quante discussioni online hanno realmente cambiato la nostra opinione?
Se un social ci mostrasse soltanto cose con cui non siamo d’accordo, continueremmo a usarlo?
Se sparissero like e numero di follower, pubblicheremmo le stesse cose?
Stiamo usando i social per comunicare o per ricevere conferme?
I social non sono il male. Ma non sono nemmeno neutrali.
I social network ci hanno dato possibilità enormi.
Possiamo parlare con persone lontane.
Trovare comunità.
Imparare.
Lavorare.
Creare.
Scoprire persone e idee che altrimenti non avremmo mai incontrato.
Il problema nasce quando utilizziamo questi sistemi senza comprenderne le logiche.
Un algoritmo non è necessariamente nostro nemico.
Ma non è neppure un amico che sceglie ciò che è meglio per noi.
È un sistema costruito con determinati obiettivi.
Forse la prima regola dell’educazione digitale è ricordarsi che c’è sempre un sistema dietro lo schermo
Ogni volta che vediamo un contenuto possiamo chiederci:
perché sto vedendo proprio questo?
Ogni volta che qualcosa ci fa arrabbiare:
chi beneficia della mia reazione?
Ogni volta che una notizia conferma perfettamente quello che già pensavamo:
la sto verificando con la stessa attenzione che userei se dicesse il contrario?
Ogni volta che pubblichiamo:
sto condividendo qualcosa che voglio davvero rendere pubblico?
E ogni volta che inoltriamo:
sono disposto a mettere il mio nome accanto alla veridicità di questa informazione?
Il vero analfabeta digitale non è chi non sa usare un social
È possibile non sapere dove si trova un’impostazione e avere un ottimo senso critico.
Ed è possibile conoscere perfettamente ogni funzione di Instagram e credere a qualsiasi cosa appaia sullo schermo.
L’alfabetizzazione digitale non consiste nel sapere dove cliccare.
Consiste nel capire cosa succede dopo aver cliccato.
E forse è questa la competenza che avremmo dovuto insegnare molto prima.
Al-essi.it, partner creativo per idee audaci, che unisce strategia, design, codice e narrazione visiva.